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Dei rapporti di forza, ovvero del fare politica

Post cerca-guai. Vorrei parlare in generale, se ci riesco. Anche se non nascondo che lo spunto mi è venuto da diversi commenti al mio post di ieri e in generale all’atteggiamento della minoranza Pd, non solo a proposito del referendum di ottobre. Dicono dunque, in tanti: smettetela di porre condizioni a Renzi, non capite che Renzi non le accetterà? E così via: non vedete che il Pd è già il partito della nazione? Non vi rendete conto che Verdini è già in maggioranza? Queste condizioni che ponete, voi oppositori di Renzi nel Pd, sono ipocrite e fasulle. Perdete sempre. Dovreste invece fare un discorso chiaro: sì o no. Continua a leggere

Ai compagni della mozione “Bersani incomprensibile”

Post cosmico: ai compagni della mozione “Bersani incomprensibile” ricordo che Bersani ha risposto a una domanda, e ha risposto ribadendo quella che è la linea di tutta la minoranza Pd, già espressa da tutti i suoi esponenti oltre che da lui stesso: votare sì al referendum costituzionale a determinate condizioni (innanzitutto ovviamente il rispetto dell’accordo nel Pd sull’elettività dei senatori) e a patto che non diventi un plebiscito su Renzi. Del resto la minoranza Pd in parlamento questa riforma l’ha votata: può non piacere ma è così. A chi dice “ma lo è già”, un referendum su Renzi: a ottobre manca molto tempo, vedremo. Può darsi che la minoranza Pd prenda atto che la sua posizione e gli accordi con Renzi non vengono rispettati e cambi idea, oppure può darsi di no. Io non lo so. Adesso comunque conta il parere dei cittadini, non quello dei parlamentari. Quello che so è che se vi aspettate che Bersani annunci un cambio di linea politica facendo il figo da solo davanti a un microfono a margine della presentazione di un libro sulla musica popolare, vuol dire che proprio non conoscete Bersani.

Post scriptum: a questo proposito, di cosa è una notizia e cosa no, proprio ieri avevo avuto un amichevole scambio di idee con Gaia Tortora del Tg di La7, che (il tg) aveva appena detto che la minoranza Pd avrebbe votato no, e quindi se Renzi troverà al suo fianco nel comitato del Sì il solito Verdini, Speranza e gli altri staranno con Brunetta. Un bell’esempio di cosa vuol dire essere cornuti e mazziati, non c’è che dire.

Post-post scriptum: qui c’è l’intervista di Giovanni Floris a Bersani che mi pare aiuti a capire il senso del “cosmico”. Segnalo inoltre un bel post di Peppino Caldarola.

Sul referendum avevamo deciso insieme? (Fact checking)

È una polemica fantastica questa sulle firme per il referendum costituzionale. Firme che peraltro sono state già raccolte e depositate dai parlamentari che hanno votato contro la riforma e che sosterranno il no. Questione chiusa insomma: il fatto non sussiste. E però ora ci vogliono anche le firme per il sì, una specie di prova d’amore per Matteo Renzi, che infatti si arrabbia con la minoranza Pd che non firma. Perché, dice da Città del Messico coi toni di un innamorato tradito, “sul referendum avevamo deciso tutti insieme, se qualcuno ha cambiato idea mi dispiace”. Anche se, aggiunge, perché anche gli innamorati hanno la loro dignità, quel qualcuno “non conta niente”. Questi son sentimenti di contrabbando, lo sappiamo.

Ma è proprio vero che avevano deciso tutti insieme? Ora può anche essere eh. Non è che a noi elettori devono per forza dire sempre tutto. Tuttavia, a me non risulta. Tanto che ricordo benissimo che, a patto del Nazareno ancora vigente e maggioranza dei due terzi ancora assicurata, sentii per la prima volta questa storia che il governo il referendum lo voleva comunque a costo di chiedere a una parte della maggioranza di votare contro la riforma volontariamente in terza lettura. Era la ministra Boschi a fare questo annuncio, nell’aula del senato e poi naturalmente su twitter, il 24 luglio del 2014. La cosa fece un certo scalpore, anche tra i senatori. Quanto a me, pensai che così diventava un plebiscito, mi arrabbiai moltissimo e scrissi questo post.

Il renzismo è nudo. Il referendum del #ciaone

Verrà ricordato come il referendum del #ciaone, c’è poco da fare. Vedremo col tempo chi, il 17 aprile 2016, ha detto #ciaone a chi. Intanto, questo è il dibattito pubblico in Italia, e questa è la politica. L’hanno già scritto in tanti, quei sedici milioni che nonostante gli inviti (eufemismo) a non votare da parte di tutto il potere costituito, politico ed economico, e il silenzio quasi tombale dei media (altro che “siamo più forti dei talk show”, segretario!) sono molto pochi per fare il quorum ma sono molti se configurano un blocco attivo contro un Pd renziano che ai tempi del suo massimo splendore, quelli del famoso 40 per cento delle europee, ne raccolse 11 milioni e 200 mila, e che dopo quel risultato ha perseguito tenacemente un isolamento arrogante, distruggendo intorno a sé ogni parvenza di coalizione e tutti i fili che lo legavano agli altri corpi intermedi, al civismo, alle forme di partecipazione più o meno organizzata. Fino al delirio di insultare irridendo, a urne aperte per un referendum promosso da amministratori del Pd, una consistente fetta del proprio elettorato “colpevole” di autonomia di pensiero e partecipazione. #ciaone, appunto. Continua a leggere

Ma perché la Guidi era ministro dell’Industria?

Insomma, Renzi è tutto contento perché “prima non ci si dimetteva, ora ci si dimette”. Non sempre eh, vorrei dirgli. Però capisco che son grandi soddisfazioni. Ho visto un senatore che twittava felice che non aveva mai visto dimissioni così veloci come quelle della Guidi, e a dirvi il vero è stato difficile trattenere l’applauso. Un record è un record, caspita. Io però avrei due domande, segretario. Continua a leggere

Renziani, quell’intervista di Bersani sull’astensione però leggetela

Nel tentativo di screditare il no della minoranza Pd alla scelta astensionista imposta senza dibattito dai vicesegretari del Pd, i renziani fanno girare questa intervista di Bersani all’Unità rilasciata nel 2003, cioè successiva al fallimento (nel senso di mancato quorum) del referendum sull’articolo 18. Finalmente ho avuto modo di leggerla con un po’ di calma. Ecco, consiglio a tutti di fare altrettanto. Fa capire molto bene cosa significa lasciarsi guidare dal popolo e non boicottare la sua volontà di esprimersi. Cosa significa affrontare i problemi in un’ottica di governo, rifiutando di semplificarli e di ridurli a tifoseria, dentro una visione plurale (i sindacati, gli enti locali!) e partecipata della democrazia e in una prospettiva limpidamente di centrosinistra: l’Ulivo insomma. Un altro mondo, proprio, rispetto al dibattito a cui assistiamo oggi. Si può perfino invitare all’astensione “come elemento di riflessione e non di disciplina” (magari quando stai all’opposizione, meno quando stai al governo e il referendum è stato chiesto da amministratori locali in maggioranza del tuo partito) ma senza fare trucchetti, sapendo che poi non rivendicherai il mancato quorum come una vittoria, ma assumendolo come un impegno a risolvere per via politica e senza slogan un problema difficile. (E comunque credo che Bersani avesse votato anche quella volta).

Chi ha distrutto l’Ulivo, chi ha fatto l’Ulivo

Sono io, oppure sei tu
chi ha sbagliato più forte

Tra un mese, il 21 aprile, saranno vent’anni davvero da quella notte. Io vivevo a Roma da pochi mesi, non conoscevo quasi nessuno in città, e quella domenica sera guardavo incredula in un minuscolo televisore nella mia stanzetta da studente David Sassoli, allora ancora giornalista del Tg3, raccontarmi che avevamo vinto, da una piazza che dietro di lui si riempiva e si colorava. Non sapevo ancora che quella piazza, quelle bandiere, sarebbero diventate la culla della mia formazione professionale e politica. Pochi mesi dopo, insieme al mio amico Gianmarco, avrei salito i gradini di piazza del Gesù, sì proprio quel posto lì, col batticuore di una ragazza di Carrara che pensa “oddio dove sono”, e avremmo chiesto a chi stava organizzando il congresso del Ppi: “Serve una mano per l’ufficio stampa?”. Continua a leggere

La politica come parodia della politica

Questo week end ho fatto un sacco di chilometri e tantissime cose, mo’ non ve le sto a raccontare tutte ma per brevità vi dirò: guardate Gazebo. Dovreste guardarlo sempre eh, ma domenica sera Gazebo era folgorante. Non perché fosse la puntata più bella che hanno fatto, assolutamente. Ma perché era una fotografia dell’Italia. Della politica e del giornalismo politico in Italia oggi. La cui parola chiave, quella che spiega tutto, è: parodia.

Pensate alle Gazebarie. Già dal nome è una parodia delle primarie no? Una cosa da ridere, via. E infatti quello erano le Gazebarie di Bertolaso: una consultazione su un solo candidato (“volete voi confermare”, eccetera eccetera), oltretutto un candidato manco tanto sicuro di esserlo (la sera stessa ne è venuto fuori un altro, anzi un’altra); un’iniziativa propagandistica che simula un meccanismo elettorale; un set per leader politici che mimano il gesto di votare; un plebiscito in favore di telecamere. Ecco, le telecamere. Guardate Gazebo anche per questo, per il circo mediatico. Una bolgia infernale e urlante che rischia l’osso del collo per un frame di Berlusconi che mette la finta scheda nella finta urna; uno strillare domande a casaccio cercando di scansare il telefonino di Gasparri che fa le foto per twitter; un riportare i dati farlocchissimi sull’affluenza “già altissima alle 9 e 30 a Mezzocamino”, quando è evidente che ai seggi c’è solo mezzo gruppo parlamentare di Forza Italia che si sposta per fare da set agli arrivi del macchinone di Berlusconi. “Hanno votato in cinquantamila!”, ha sparato la propaganda forzista alla fine di due giorni di “votazioni” senza competizione, senza registrazione dei votanti, senza osservatori, senza richiesta di documenti. Hanno votato in cinquantamila, hanno riportato i mass media, al massimo strizzando l’occhio per far capire tra le righe che sì, vabbè, mica ci crediamo, ma questo è il dato che ci comunicano. Continua a leggere

La resa dei conti (che però erano sbagliati)

Il presente post va letto come aggiornamento del precedente:
1) su Roma: pensandoci bene, e ricontando, le schede bianche non erano quasi tremila ma poco più di cinquecento. Il dato della partecipazione alle primarie è stata intorno ai 43/44mila, come ha sostenuto fin da domenica sera il comitato Morassut e come avevano ribadito gli esponenti della minoranza Pd che parlavano di allarme sulla partecipazione. Il comitato organizzatore delle primarie ammette che in effetti c’è stato “un errore”.
2) su Napoli: il ricorso di Bassolino è stato respinto senza essere esaminato perché non è stato presentato nei termini previsti di 24 ore dopo la chiusura dei seggi. Il verdetto della commissione di garanzia napoletana era stato anticipato da dichiarazioni compatte del gruppo dirigente nazionale che parlavano di “primarie impeccabili”. Intanto è apparso un altro video di Fanpage coi cosentiniani che raccolgono voti per la Valente. Nel 2011, durante la segreteria Bersani, un analogo ricorso di un esponente dell’allora minoranza era stato accolto e le primarie erano state azzerate. Il Pd napoletano era stato commissariato.
3) di fronte a queste due figuracce planetarie, il gruppo dirigente del Pd non solo non si scusa coi cittadini e gli elettori e con chi ha partecipato alle primarie, e magari anche con chi aveva espresso preoccupazioni rivelatesi fondate, ma annuncia una “resa dei conti” in direzione. Il presidente di garanzia, dal canto suo, parlando della minoranza del suo partito, annuncia che “io questi li asfalto per davvero stavolta”.
4) la domanda, quindi, che sorge spontanea dall’Alpe, dalle valli e dal mar e che ci permettiamo di suggerire anche ai colleghi che prendono sul serio certe dichiarazioni e certe strategie di storytelling è: ma resa dei conti de che?

Perché la fiducia sulle unioni civili mi fa imbufalire

  1. Come cattolica (lo dico ai “cattodem” di piazza e d’aula e anche al caro Angelino, che canta vittoria e si permette di insultare esponenti del partito suo alleato che “vogliono far male a Renzi”, che tenero lui): chi mette la fiducia oggi su un tema etico, si vedrà mettere la fiducia domani su un altro tema etico. La vita parlamentare è fatta così, si chiamano precedenti. Nel Vangelo si chiama “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, ma è la stessa cosa. Significa (anche) che ogni essere umano è immagine e riflesso dell’infinita sapienza di Dio, e ogni coscienza merita il rispetto che ciascuno chiede per la propria. (La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui luce risuona nell’intimità propria… Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità. Gaudium et spes, costituzione pastorale su La Chiesa nel mondo contemporaneo, capitolo 16).
  2. Come cattolica democratica, seduta sulle spalle di giganti che ci hanno insegnato – in qualche caso prevenendo e anticipando lo stesso Concilio – il valore della libertà di coscienza e l’autonomia della politica, difendendola dai laicisti, dai clericali e qualche volta dai loro vescovi stessi, e a caro prezzo. Da De Gasperi che dice no all’operazione Sturzo arrivando fino a quei cattolici democratici che ribellandosi al Non possumus sui Dico diedero di fatto vita al Pd all’inizio del 2007, epoca del primo Family day, e nel momento in cui un papa dal cuore libero e dalla parola limpida dice ai giornalisti di “non ricordare bene” il famigerato documento sui “valori non negoziabili” che nel 2002 quasi uccise il cattolicesimo democratico vincolando l’azione politica dei laici alle decisioni dei vescovi, restituendo potenzialmente a chi fa politica la propria dignità e la propria libertà, trovo intollerabile che la mediazione sui temi etici venga affidata ad accordi e patti politici come un qualsiasi rimpasto di governo o come un decreto milleproroghe.
  3. Come democratica, cioè come elettrice del Pd. Il rispetto del pluralismo delle idee, insieme al principio della laicità della politica e delle istituzioni, sono principi fondativi del nostro partito, riconosciuti al punto 2 del nostro Codice etico. Il Regolamento del nostro gruppo al senato (punto 3) riconosce e garantisce espressamente “la libertà di coscienza dei senatori, con particolare riferimento alla incidenza delle convinzioni etiche o religiose dei singoli nella sfera delle decisioni politiche”. La fiducia su questioni come i diritti degli omosessuali e il sì o no all’adozione del figlio biologico del partner, dentro il Pd, è una bestemmia, che contraddice le ragioni fondative della nostra comunità politica e ne mette a rischio la sussistenza come tale. Il contrario di quello che abbiamo sognato, desiderato e immaginato.

Ancora una volta il Pd si avvia a scegliere, sulla legge Cirinnà, una strada che prescinde dalla politica, dal ruolo della politica, dalla ricerca di una sintesi politica. Dopo aver predicato per mesi che “la legge Cirinnà è il massimo della mediazione possibile” e che “deciderà il parlamento”, all’improvviso, senza nessuna autocritica dei vertici del partito e del gruppo, passa dal “chi vota vota” alla blindatura di un compromesso al ribasso. Lo fa creando un precedente pericoloso e doloroso, che non scioglierà il conflitto ma ce lo consegnerà intatto e pronto per la prossima forzatura. So che qualcuno dice meglio una legge così così che nessuna legge: sono d’accordo, anche se credo che una legge migliore di quella che scaturirà dall’accordo Renzi-Alfano sarebbe ancora possibile, se il Movimento 5 stelle cogliesse per una volta l’occasione di fare politica e di provare a cambiare davvero le cose in questo paese. E tuttavia non sono indifferente al metodo, perché il metodo è sostanza. Non diventeremo un paese più libero con metodi illiberali. Non diventeremo un paese più maturo trattando i parlamentari come scolaretti.