Tag Archives: sinistra

Qualche grosso dubbio su Berlusconi “moderato”

Pubblicato su Il Foglio il 14 giugno 2023

Quanto piace ai giornalisti (piaceva anche a lui) la favola di “Berlusconi moderato”. Il leader dei moderati, anzi.

Berlusconi non è stato mai moderato in niente. Nel male, e a volte perfino nel bene. Limiti non ne ha mai conosciuti o riconosciuti, che fossero la Costituzione o un po’ di continenza (“si contenga”, solo agli altri), che fosse il tempo che passava o le tasse da pagare o la verità nel dire. Confini, nemmeno: nessuna destra è stata mai troppo di destra per lui.

Talmente senza limiti da essere riuscito a far credere all’immensa bugia che gli estremisti di cui aver paura, in Italia, fossero gli ex Pci: gente che nell’Ulivo era perfino più timorata e prudente degli ex democristiani.

Berlusconi ha vinto per tanti motivi, ma tra quei motivi non c’è che era moderato. Berlusconi ha vinto perché aveva vinto da prima, perché l’Italia era diventata simile a lui, anche a causa di lui.

Berlusconi ha vinto nella testa dei suoi avversari, quelli che ha convinto che lui vinceva perché era un gran figo e che per vincere fosse necessario essere come lui: “Il Pd dovrà essere una Forza Italia di sinistra”, dicevano, li ricordate?

Berlusconi ha vinto non perché sapeva comunicare, ma perché era la comunicazione e la comunicazione era sua, e ha convinto l’Italia che la sua comunicazione fosse l’unica possibile e non che contenuti diversi vanno anche comunicati in modo diverso: “La sinistra non sa comunicare”, dicevano, li ricordate?

Berlusconi è stato un avversario formidabile, che all’inizio a sinistra è stato sottovalutato pensando che prenderlo in giro per il parrucchino e i tacchi potesse funzionare. E però incredibilmente la sinistra lo ha battuto due volte, gli ha vietato l’accesso al Quirinale direttamente o per interposta persona, lo ha respinto nei referendum. Facendo alleanze, percorsi: politica. Ma intanto qualcuno aveva cominciato a pensare che la sinistra fosse piena di perdenti da rottamare, e che per vincere bisognasse invece essere bravi, bravi come lui. E invece bisognava essere bravi, bravi ma diversi: l’opposto di lui.

Il successo della Meloni sta in ciò che noi abbiamo buttato

Intervista a Lo Speciale

di Americo Mascarucci

Si dice sempre che il buongiorno si vede dal mattino e il governo Meloni ha già dato chiari segnali che sembrano delineare il percorso su cui intende muoversi nei mesi a seguire; ma anche l’opposizione ha fatto il suo esordio, dimostrando subito una scarsa volontà di marciare unita. E poi c’è la novità del primo premier donna che viene da destra e da un partito che è erede del Movimento Sociale Italiano, proprio a cento anni di distanza dall’avvento al potere del fascismo, fatto questo che in tanti evocano come un triste presagio. Ma c’è anche chi a sinistra vede la vittoria della Meloni come un’opportunità da sfruttare per poter ricostruire un’alternativa seria, convincente e soprattutto competitiva. Di questo abbiamo parlato con la giornalista e politologa Chiara Geloni vicinissima alle posizioni di Pierluigi Bersanidirettrice del sito di Articolo Uno.

Se il buongiorno si vede dal mattino, come valutare l’esordio del governo Meloni?

“Non mi sembra un governo di grande qualità, almeno a giudicare dalle persone che lo compongono che non risultano di altissimo livello. Eredita inoltre una situazione molto difficile e di questo sembra avere piena consapevolezza, così come della necessità oggettiva di dover compiere probabilmente scelte non popolari. Giorgia Meloni lo sa bene, e in questa prima fase sta cercando di dare dei segnali di novità sul piano dello stile, del lessico, delle parole, delle denominazioni, e cavalcando al massimo il fatto di essere la prima donna a guidare un governo. Siamo dentro una fase in cui sta contando molto la forma, mentre la sostanza è ancora tutta da vedere e temo che non ci stupirà più di tanto. Sono anche convinta che non darà grosse soddisfazioni agli elettori di centrodestra”.

Nei giorni scorsi è sembrata rimproverare la sua parte politica, evidenziando come il successo della Meloni sia stato determinato proprio dall’incapacità della sinistra di fare per prima ciò che ha saputo fare oggi lei. Può spiegarci meglio questo concetto?

“Sono una persona di sinistra che certamente non può essere contenta di questa vittoria della destra. Allo stesso tempo però la riconosco e cerco di trarne una lezione utile per ripartire. Giorgia Meloni ha intrapreso un percorso politico intelligente, soprattutto perché non ha mai rinunciato all’idea di arrivare al traguardo con un partito. La sua trafila e la sua traiettoria si sono entrambe sviluppate all’interno di una comunità politica caratterizzata da una classe dirigente omogenea che l’ha condotta senza clamorosi colpi di scena, senza rottamazioni, senza avventure personali, a vincere e ad andare al governo, affermando una vera leadership dentro questa stessa comunità. Questa dimensione di partito si è purtroppo persa spesso a sinistra in artifici retorici di altro genere e soprattutto dietro ai personalismi”.

Ha criticato anche l’eterna attesa a sinistra di un “papa straniero”. Ci risiamo anche stavolta?

“La sinistra ha preferito rincorrere modelli diversi interpretandoli spesso in maniera arbitraria. Modelli stranieri, astratti, post ideologici, leaderistici. In questo è stata spesso mal consigliata da intellettuali e giornali d’area, immaginando che la risoluzione dei problemi fosse garantita da avventure personali, scorciatoie mediatiche, rocamboleschi colpi di scena. Ma quando manca alla base un impianto ideale, diciamo pure ideologico usando un termine che è stato disprezzato molto negli ultimi anni, si perde poi anche la capacità di avere una chiave di lettura autonoma della realtà”.

Molti stanno facendo paragoni fra la Meloni e il primo Renzi, quello che tante speranze aveva acceso a sinistra, quello del Pd al 41%. Vede analogie fra i due e pensa che anche la Meloni alla fine possa restare vittima di un qualche delirio di onnipotenza?

“Più che analogie finora ho intravisto delle simpatie fra i due. Nel discorso di Renzi, durante il voto di fiducia in Senato, ho notato molte pacche sulle spalle, parlando in senso metaforico. Vedo invece una differenza di fondo, la stessa già accennata, ovvero una leadership nel caso della Meloni costruita dentro la classe dirigente di una comunità politica unita e non con il ricorso a criteri rottamatori. Poi è vero che nella politica italiana sono ormai diversi decenni che si procede per bolle, ovvero con leadership che velocemente si costruiscono e altrettanto velocemente si sgonfiano. Di Renzi tutti dicevano che sarebbe durato venti anni, Salvini sembrava in costante ascesa dopo aver portato la Lega oltre il 30%, ma abbiamo poi visto come in poco tempo tutte le previsioni sono state clamorosamente smentite. Anche il grillismo se vogliamo ha seguito lo stesso percorso. Questo rischio ovviamente potrebbe riguardare anche Giorgia Meloni, ma finché non saranno riempiti certi vuoti politici sarà molto difficile che possa sgonfiarsi. La forza della Meloni sta nel fatto che in questo momento non ha alternative, le altre a destra sono state già tutte sperimentate, mentre l’opposizione non è pronta a mettere in campo un blocco in grado di essere competitivo. Quindi potrà godere di una rendita di posizione abbastanza stabile”.

Come giudica invece l’esordio dell’opposizione?

“Il campo dell’opposizione vive una condizione assurda dal mese di luglio, dal momento in cui dopo un percorso di tre anni che ha visto governare insieme le forze che lo compongono, invece di consolidarsi ha preferito presentarsi alle elezioni in ordine sparso. Quello che stiamo vedendo oggi è ancora la conseguenza di questa assurda strategia e mi pare che il percorso di ristrutturazione del campo sia ancora lontano. Direi che l’opposizione però ha un vantaggio in questo momento, ha cioè tutto il tempo per organizzarsi visto che al governo ci penseranno altri. Ma non devono perdere tempo, devono riorganizzare un’alternativa credibile e devono imprimere una svolta che possa dare finalmente una prospettiva reale e concreta per il futuro”.

Intanto il Partito Democratico sembra brancolare nel buio. Dopo la sconfitta del 25 settembre sembrava vi fosse la volontà di celebrare il congresso in tutta rapidità, ma adesso sembra invece che nessuno abbia più molta fretta. E’ davvero così?

“I tempi si sono allungati sicuramente ma non credo che questo sia un male, proprio perché come accennavo sopra il il tempo per organizzarsi c’è, quindi non ha senso fare le cose in tutta fretta. Anzi, penso sia necessaria una riflessione profonda e un allungamento dei tempi sarebbe utile in tal senso. L’importante è che questo tempo venga sfruttato bene e non per precostituire un esito già deciso a tavolino. Non vorrei che la fretta di fare tutto e subito sia dettata dalla volontà di conseguire un esito già stabilito. Ascolto proposte che non comprendo proprio come possano essere utili e come possano imprimere una svolta. Il Pd dovrebbe assumersi l’onere di ricostruire un campo di sinistra che esiste, che è molto più grande di lui e non si riconosce più in lui , facendo lo sforzo di raccoglierlo tutto. Ma questo può avvenire soltanto dopo una riflessione molto profonda. Mi viene da ridere quando sento esponenti del Pd affermare che al congresso devono partecipare anche i non iscritti. Ma davvero si pensa di risolvere tutto autorizzando i non iscritti a votare? Perché invece non si creano le condizioni perché chi non è iscritto accetti di partecipare ad un percorso? Non mi pare ci sia tutto questo grande interesse di votare al congresso del Pd”.

Intanto a febbraio si voterà nel Lazio per eleggere il successore di Zingaretti. Come vede questo appuntamento? Pensa che almeno qui il centrosinistra riuscirà ad andare unito?

“Penso che sarebbe incomprensibile suicidarsi due volte, oltre che tecnicamente difficile. Mi auguro che siano vere le voci che vedono le forze politiche del centrosinistra interessate a preservare l’esperienza di governo di questi anni, che ha permesso la costruzione di un campo largo che ha governato unito. Credo sia l’unica possibilità per essere competitivi. Come elettrice di sinistra desidero tutto tranne che andare nuovamente alle elezioni, come è avvenuto il 25 settembre, sapendo già che il mio voto non servirà a nulla essendo oggettivamente impossibile competere”.

Meloni, basta una donna di destra a mandare in tilt la sinistra

Pubblicato su The Post Internazionale

Giorgia Meloni non è la prima donna a palazzo Chigi: è molto di più. Ecco perché ci manda ai matti, noi di sinistra. E attenzione, questa non è un’analisi del voto: non stiamo parlando, qui, di perché Giorgia Meloni ha vinto le elezioni. E non è nemmeno un giudizio politico sulla presidente del consiglio, sulla sua coerenza o sulla sua cultura politica da cui tutto ci separa o sulle sue prime scelte o sul suo primo discorso programmatico alle camere, il più di destra mai sentito da quello scranno.

Giorgia Meloni non è solo la prima donna a palazzo Chigi – la prima giovane, la prima mamma, la prima bionda – e già sarebbe tantissimo. Giorgia Meloni è una storia. È una donna di origini familiari modeste che ha cominciato a fare politica da ragazzina iscrivendosi all’organizzazione giovanile del suo partito, e che a quarantacinque anni arriva a palazzo Chigi non avendo mai rivendicato di aver diritto a qualcosa in quota rosa. Non è politicamente corretta, non rivendica la sua vittoria “in quanto donna” (anche se poi la demagogia sulle conquiste delle donne se vuole sa farla anche lei, come ha dimostrato alla camera), non si preoccupa di essere appellata al femminile, anzi l’ha detto (apriti cielo): lei sarà “il” presidente del consiglio.

Giorgia Meloni è tutto quello che non siamo. Per questo suonano fesse le dichiarazioni venute da sinistra in questi giorni: quelle politicamente corrette di chi pensa sto rosicando a morte, spaccherei la tv a vedervi giurare però ah quanto sono felice, finalmente una donna; e quelle dove spuntano il paternalismo e lo snobismo che ci hanno reso insopportabili: ah vedi, lei sarà premier ma perché è una donna che non mette in discussione il patriarcato. Ma perché, noi sì? Certo, noi donne di sinistra lo abbiamo fatto: è storia. Ma quando è stata l’ultima volta che abbiamo ottenuto risultati? Chi è stata l’ultima a sfidare gli uomini e vincere al loro gioco, in politica?

Generalizzazione ingenerose, certo. Ma Giorgia Meloni ci mette davanti allo specchio e ci dice: la vostra è retorica, le vostre sono parole. Ci sfida. E attenzione, non vale solo per le donne. Non è una questione di genere, è una questione di politica. Quanto crediamo nelle nostre parole? Quanto corrisponde quello che diciamo a quello che siamo?

Se la nostra parola è lavoro, come trattiamo, noi, a sinistra, chi lavora per noi? Se la nostra parola è pari opportunità, come selezioniamo chi ci rappresenta? Se la nostra parola è partito (lo è ancora?) come lo abbiamo costruito? Se la nostra parola è inclusione, cosa pensiamo di chi è fuori da noi? Se la nostra parola è insieme, quanto contano la generosità e il rispetto per chi è con noi?

Possiamo passare i prossimi cinque anni a spiegare ai vincitori che non si dice così e non si fa colà, senza mai fare i conti con quello che abbiamo detto e fatto noi. Possiamo provare a inventare qualche colpo di scena che ci renda appetibili come partito o almeno ci faccia far carriera come persone. Possiamo metterci a cercare l’ennesimo papa straniero – no, anzi, stavolta una papessa! – che ci illuda di aver risolto, per un altro po’, il problema di chi siamo. Magari Giorgia Meloni si farà male da sola: contraddizioni ne ha, problemi difficili non ne mancano, e ha anche intorno una pletora di difensori maschi così passivo-aggressivi che se non si regolano in fretta diventeranno presto più insopportabili di noi. Però sarebbe meglio guardarci, in quello specchio, e prendere l’unica strada forse ancora possibile per salvarci: quella di ritrovare le nostre parole, le nostre ragioni, e noi stessi.

Critiche agli assenti e accuse agli avversari: ma il Pd vuole davvero cambiare?

Pubblicato su The post internazionale

Il dibattito nella direzione Pd, con alcune pregevoli eccezioni, ha dimostrato che dopo il dramma dei primi giorni post voto il partito sta perdendo di vista la dimensione della sua sconfitta e del suo problema. Le ironie della batteria social renziana sulla percentuale del risultato del Pd di Letta, in fondo simile a quello di Renzi, sono totalmente fuori luogo: l’affondamento del partito della sinistra di governo nasce dallo smarrimento della sua identità e delle sue ragioni che toccò il suo culmine negli anni del Giglio magico, e continua oggi. Tuttavia non è affatto vero che quel risultato sia “non catastrofico” come lo ha definito ieri il segretario. Così come è grottesco il giudizio che dopo la costernazione dei primi giorni sta emergendo a sinistra sul risultato dei 5 Stelle, che in fondo “hanno perso punti rispetto al 2018” e “sono tornati alle percentuali dei tempi del Conte 2”, per cui in fondo in fondo avrebbero perso le elezioni anche loro.

Vincere o perdere infatti è questione di obiettivi. Il Movimento 5 Stelle aveva l’obiettivo di dimostrare di essere ancora vivo, e l’ha centrato. Il Pd aveva l’obiettivo di contendere alla destra il governo del paese, e l’ha mancato. In questo senso, la separazione di luglio, al di là delle rotture anche personali, è stata molto più consensuale di quanto Letta e Conte abbiano confessato anche a se stessi. Entrambi hanno fatto, come è normale e legittimo, una valutazione strategica: Conte ha valutato che la sopravvivenza dei 5 Stelle si ottenesse con un ritorno all’identità e con una corsa solitaria centrata sulla sua personale popolarità. Letta ha valutato che la strada giusta per il Pd fosse rivendicare il sostegno a Draghi e l’affidabilità del “primo partito”. Entrambi hanno, come è stato detto, “proporzionalizzato” il Rosatellum, decidendo di non puntare sulla coalizione e rinunciando così a una vittoria possibile in buona parte dei collegi. Una catastrofe, se volete una catastrofe con due colpevoli, dal punto di vista di chi si augurava che la vittoria non andasse alla destra. Ma con questa strategia uno dei due leader ha raggiunto il suo obiettivo, l’altro lo ha mancato in pieno.

E non si dica, come si dice e si è detto anche ieri, che c’è chi ha pensato al paese e chi a se stesso: tutti i partiti, quando arrivano alle elezioni, pensano al paese e a loro stessi. Ogni partito pensa che bene del paese sia la propria sopravvivenza e il proprio successo, altrimenti non sarebbe tale. Fare la morale agli altri perché si sono permessi di avere una strategia migliore della tua è indice di un’arroganza falsamente consolatoria e fin troppo nota.

Ma c’è un’altra ragione per cui il risultato del Pd è tutt’altro che “non catastrofico”: a causa del successo della strategia di Conte e dell’affermazione, per quanto inferiore alle loro attese, del “Non-Terzo” polo calendiano, il Pd per la prima volta si trova a non essere più circondato dai sette nani, ma ad avere competitor realmente consistenti e insidiosi sia a destra che a sinistra. È una situazione pericolosa, che senza una reazione può innescare, come è stato detto, un fenomeno “francese”, e cioè quello che è il prosciugamento (ai limiti dell’azzeramento) dei consensi del Partito socialista. Un processo che, attenzione, può essere molto veloce. Guardare all’estero può servire: anche il Psoe spagnolo si è trovato in una situazione simile, stretto tra Ciudadanos e Podemos. Pedro Sanchez ha scelto l’alleanza con Podemos, e governa la Spagna. In Francia, invece, il presidente è Macron. Lo ha detto ieri Andrea Orlando: ci schiacciamo fino a perdere noi stessi su qualunque formula di governo o leadership esterna perché non abbiamo scelto la nostra identità, il nostro punto di vista sul grande tema sociale (salvo poi non riuscire nemmeno a rivendicare i risultati perché siamo già schiacciati su un’altra cosa, come ha aggiunto Peppe Provenzano). Ma il Pd è in grado di scegliere? Come? Quanto risentimento, quanta chiusura retorica sulle critiche alle primarie, quando la domanda da farsi sarebbe una sola: funzionano?

Infine c’è un tema di credibilità, messo in evidenza ma forse non abbastanza spiegato dal giovane neo deputato napoletano Marco Sarracino. Un tema perfino stucchevole, e però qui mi viene un esempio. Uno dei messaggi forti di ieri è stato: mai più governi tecnici e istituzionali, se cade il governo si va al voto. Benissimo, anche qui non tanto per moralismo quanto perché in questa legislatura “governo tecnico” vorrebbe dire per il Pd fare maggioranza con Fratelli d’Italia, mica coi 5 Stelle, e forse (speriamo) sarebbe un po’ più complicato. Tuttavia come fai a lanciare questo messaggio con un segretario che è stato premier di un governo di larghe intese e che ha fatto tutta la campagna elettorale maledicendo chi aveva interrotto l’esperienza di un governo “senza formula politica”? Le parole hanno ancora un peso? E sorvolo sulle critiche feroci sentite ieri alla legge elettorale in vigore e anche a chi “non ha voluto cambiarla”, tutte fatte da gente che quella legge l’aveva scritta e votata, anche con una discreta forzatura parlamentare: basta dire che Rosato non è più nel Pd per scagliarsi liberamente contro il Rosatellum? E sono tutti argomenti sentiti in campagna elettorale. È dubbio che fossero (e siano) argomenti efficaci.

Detto questo il Pd farà una grande chiamata, e sarà giusto ascoltarla e partecipare. Non c’è altra salvezza per la sinistra, è doveroso provarci. Anche qui però, e sarebbe bello che venisse detto con l’equilibrio, il buonsenso e la soavità con cui lo ha detto ieri il sindaco di Bologna Matteo Lepore: sia una chiamata e un’apertura vera, interessata all’ascolto e al cambiamento, che metta in gioco qualcosa. Perché ieri in certi momenti sentendo quella sfilza di scatti d’orgoglio, critiche agli assenti, condanne a chi se n’è andato (in qualunque direzione e per qualsiasi motivo, evidentemente tutti uguali), no a suggerimenti, sentiti ringraziamenti, difesa di ogni scelta, accuse agli avversari e anche ai possibili alleati, la domanda sorgeva spontanea: ma a chi vi volete aprire?

Gori sbaglia. Non serve un altro segretario, ma un altro Pd

Pubblicato su Tpi.it

La sortita di Giorgio Gori contro la leadership del Pd, prima ancora che a obiezioni di merito, si presta alle critiche circa la sua sgradevolezza. Per inesperienza o goffaggine (se non per intenzione, ma non credo), il sindaco di Bergamo ha avanzato le sue critiche a NIcola Zingaretti dapprima nel corso di un dibattito in streaming ospitato da un altisonante studio legale d’élite (non propriamente un appello al popolo delle primarie), poi le ha riprese in un’intervista a Repubblica che ospitava, nella pagina successiva, un’altra intervista che annunciava la candidatura di Ivan Scalfarotto a nome di Italia viva e degli altri partiti centristi più o meno figli di scissioni dal Pd a presidente della regione Puglia “contro Emiliano”. Quelle critiche hanno lasciato così l’impressione che dentro le mura del Pd qualcuno abbia lasciato un cavallo di legno pieno di soldati pronti, a un segnale convenuto, a uscire nella notte e a incendiare la città di concerto con chi l’assedia da fuori. Bruttino.

La debolezza degli argomenti di Gori però è anche di merito. Non è chiarissimo infatti come si possa rimproverare al Pd di essere fermo più o meno ai valori del suo disastroso risultato del 2018, “il peggiore di sempre” dice giustamente Gori, riproponendo di fatto la linea politica che ha portato il Pd a quella sconfitta: sostanzialmente il blairismo dei tardi anni 90, radicale sui diritti civili e liberale su finanza e impresa, come reinterpretato fuori tempo massimo dal Pd negli anni del renzismo.

Il senso politico, tuttavia, è chiaro. Senza dichiarare ambizioni di leadership, Gori si propone però come front runner tra quanti, non sono pochissimi dentro e nei dintorni del Pd, perseguono, in nome del “riformismo”, altra parola assai in voga diversi anni fa, la fine in tempi medi dell’intesa tra i democratici e il Movimento Cinque stelle.

Questa almeno è una posizione politica chiara, ma ha un grave difetto: col suo 19 per cento, che magari può crescere un po’ anche se come detto sopra non è chiaro il modo, non si capisce come un partito di sinistra possa ambire a giocare un ruolo politico e di governo non dico solo in questa legislatura, ma nell’Italia di oggi, senza un rapporto, anche se non necessariamente di alleanza elettorale, con i grillini. A meno di non cercarlo con Salvini e la Meloni, quel rapporto, magari in nome della “lotta ai populismi”, ma questo nessuno lo dichiara. Su questo però il Pd non riesce a dimostrare di avere le idee chiare, e c’è un motivo. È l’unico punto su cui Gori ha ragione.

Zingaretti, due anni fa, ha vinto limpidamente le primarie del Pd. Ma la sfida di quelle primarie è stata reticente e non sincera. Tre candidati si sono sfidati a colpi di chi gridava più forte il suo “mai mai mai con i Cinque stelle”; e solo qualche mese dopo, grazie a Dio, si è visto come quel “mai” non aveva ragione di esistere di fronte al minimo spiraglio per fare politica. A meno di non essere appassionati di popcorn, invece, come chi contava ancora molto nel Partito democratico nella fase in cui a quel dialogo si chiusero le porte. Qualcuno evidentemente, alla luce dei fatti successivi, interessato a che il Pd andasse incontro a una serena e rapida dipartita: sì, parlo di Matteo Renzi.

Quei “mai con i Cinque stelle”, nel congresso del Pd, erano un modo di non chiudere i conti con la stagione passata. Consentirono una sfida dove i massimi dirigenti si schierarono, esasperando un antico vizio della casa, più per calcoli e per amicizie che per reali differenze politiche: Gentiloni e Orlando con Zingaretti, gli ex renziani chi con Giachetti e chi con Martina. A casaccio, insomma, e soprattutto a prescindere dalla politica.

Ora c’è Zingaretti che ha vinto bene, fa bene il segretario e “ha pacificato il Pd”, come ripete Goffredo Bettini e come dimostrano le tiepide reazioni anche dei non zingarettiani alla sortita di Gori. Tuttavia resta sullo sfondo la non sincerità politica di quel congresso, e la questione non (forse mai) risolta dell’ “identità” del Pd, che infatti viene posta dal sindaco di Bergamo. Nei mesi della pandemia Zingaretti non ha quasi mai trovato le parole e i tempi: non solo per il problema di salute che lo ha colpito, dal quale fortunatamente è uscito presto e bene, ma per la pesantezza di un ruolo che sembra schiacciarlo. Anzi di due ruoli, a proposito del fatto che secondo Gori il segretario “dovrebbe essere” (altro retaggio anni 90) “un amministratore espresso dai territori”: sembrava che Zingaretti non potesse dire quasi niente come segretario del Pd perché era presidente di una regione; e quasi niente, caso pressoché unico tra i suoi colleghi, come presidente di regione perché era segretario del Pd. Ma soprattutto la seconda cosa.

Ma qual è l’identità del Pd negli anni Venti? Ci vorrebbe un congresso appunto. Anche se con le iniziative politico culturali di Gianni Cuperlo il Pd pre Covid aveva dimostrato di aver cominciato a porsela, la domanda. Oggi però il partito appare muto e immobile. Peggio, appare paralizzato da una sorta di appagamento e di presunzione di autosufficienza che non sono in alcun modo giustificati dai numeri dei sondaggi, per quanto confortanti rispetto alle micro scissioni subite. Nelle dimensioni della vittoria di Zingaretti alle primarie c’era un’aspettativa di rigenerazione del campo del centrosinistra che andava oltre gli stessi confini del Pd. Ma per ora quelle attese non sono state soddisfatte. Dalle Sardine alle donne di Perugia, dalle manifestazioni antirazziste all’inquietudine per il futuro del lavoro, al bisogno di protezione e magari di Stato (ri)scoperto a causa della pandemia, nel paese accadono cose dalle quali il Pd è fuori. Emergono domande che il Pd non raccoglie, e che non sono nemmeno a lui indirizzate. Il Pd continua ad apparire un partito pago, che vagheggia di vocazioni maggioritarie e candidati premier, che fa filtrare nomi per tutto, dal Quirinale al sindaco di Roma, senza accorgersi di non avere il fisico per ambire, in teoria, a niente. L’atteggiamento verso i Cinque stelle fatica a nascondere un senso di superiorità che i fatti non sempre giustificano. Sui territori le correnti impazzano. Offrire a personalità non di primissimo piano ma senza curriculum di partito ruoli come la presidenza dell’assemblea nazionale non sostituisce la necessità di parlare a quell’enorme fetta di “sinistra” nel paese a cui oggi il Pd non ha niente di significativo da dire.

Servirebbe riorganizzare quel campo, e possibilmente assumerne la guida. Ma per questo ci vorrebbe molto più coraggio e molta più generosità di così. Qualcosa che appunto si vedesse da fuori, desse il segno che la sinistra si rimette in gioco, e chi ci vuole stare trova spazio, e chi non è d’accordo fa serenamente altro, senza per forza “pacificarsi” con tutti. Non un altro segretario, ma un altro Pd. O un’altra cosa.

 

Ma è proprio vero che siamo un’#altracosa? Il governo Conte, Renzi e noi

Nel susseguirsi un po’ stucchevole e un po’ consolatorio di “Bravo!”, “Grazie!” con cui il Pd accompagna in queste ore il proprio addio ai ruoli di governo e l’assunzione dei doveri dell’opposizione, particolare entusiasmo ha suscitato ieri l’intervento al senato dell’ex segretario dimissionario. Non si può dire in effetti che a Matteo Renzi manchino grinta ed efficacia oratoria; e, nel caso specifico, nemmeno argomenti. Al di là di alcune affermazioni assai opinabili, come la rivendicazione di una differenza di stile, in particolare sui social, di cui da tempo il Pd non dà grandi prove, colpisce però nell’intervento dell’ex premier un punto politico sul quale con grande lucidità si è soffermato già ieri sera Filippo Penati su facebook. (continua sul sito articolo1mdp.it)

Antiberlusconiani e mazziati

Da una parte c’è il Fatto quotidiano con i suoi orgogliosi pantheon di antiberlusconiani a prova di martirio, inseguito con qualche comprensibile imbarazzo da Repubblica che si limita ad alzare educatamente il sopracciglio. Dall’altra ci sono gli entusiasmi foglianti per la fine delle sterili contrapposizioni della seconda repubblica, rilanciati con trattenuto entusiasmo dal Corriere della Sera. In questo dibattito originato dalla strabiliante (ma non troppo) affermazione del presidente del consiglio e segretario del Pd che parlando al Meeting di Cl (ma poi anche in un teatro affollato di sostenitori del nuovo corso) ha messo sullo stesso piano berlusconismo e antiberlusconismo accusandoli di avere “bloccato l’Italia” per vent’anni, c’è qualcosa che – chissà perché (si scherza) – nessuno dice. Infatti è difficile da dire, e non tutti hanno titolo.

A sinistra in questi anni non c’è stato soltanto il pantheon del Fatto quotidiano nudo a combattere contro l’orrido inciucio. C’è stata anche una sinistra, spesso maggioritaria, che si è rifiutata di definirsi solamente “contro” Berlusconi. E che per questo ha provato, proprio per non contribuire a bloccare il paese in uno scontro ideologico e sterile, ad agire – quando poteva, cioè quando ha avuto la forza per farlo – come se avesse un fortissimo avversario “normale” (ah, questa parola!). Questa sinistra (riformista? socialdemocratica? normale?) pur con errori e contraddizioni, ha cercato di guardare all’interesse del paese più che a una rendita di posizione elettoralistica ed emotiva. Ha cercato di unire ciò che Berlusconi divideva, preservando lo spirito costituzionale mentre la destra berlusconiana lavorava a demolirlo. Ha cercato di cambiare le cose in maniera concreta e non ideologica, pur non avendone sempre la forza. Ha accettato di correre il rischio di dialogare con la destra così com’era, quando lo imponevano le necessità e le regole costituzionali. Sto parlando di fatti storici e concreti, verificabili, dalla Bicamerale ai governi Monti e Letta.

Questa sinistra ha spesso pagato un prezzo, anche a causa del mood prevalente nella stampa e dell’intellighenzia di sinistra, mai abbastanza sazia di antiberlusconismo militante, che ha alimentato e coltivato uno spirito antagonista e moralista nel suo stesso campo. Con queso mood ha scelto non di combattere, equiparandolo a un avversario anche se spesso lo è stato, ma di confrontarsi con spirito di umiltà e di apertura, di combattere insieme. Spesso senza incontrare altrettanta disponibilità e apertura. E per inciso, di questa retorica antiberlusconiana militante si è nutrita la campagna di logoramento di Matteo Renzi contro il governo Letta, fino a poco più di un anno e mezzo fa quando Berlusconi venne ricevuto al Nazareno.

Oggi, è proprio contro quella sinistra che viene brandita l’accusa di aver “bloccato” il paese. E nessuno sottolinea questa assurdità (con l’eccezione parziale di Piero Ignazi su Repubblica di ieri). Da quali pulpiti, con quali titoli e con quale onestà intellettuale si stia svolgendo questo dibattito (sostanziale e tutt’altro che agostano) sull’identità e le prospettive del Partito democratico, ognuno lo può giudicare.