Meloni, basta una donna di destra a mandare in tilt la sinistra

Pubblicato su The Post Internazionale

Giorgia Meloni non è la prima donna a palazzo Chigi: è molto di più. Ecco perché ci manda ai matti, noi di sinistra. E attenzione, questa non è un’analisi del voto: non stiamo parlando, qui, di perché Giorgia Meloni ha vinto le elezioni. E non è nemmeno un giudizio politico sulla presidente del consiglio, sulla sua coerenza o sulla sua cultura politica da cui tutto ci separa o sulle sue prime scelte o sul suo primo discorso programmatico alle camere, il più di destra mai sentito da quello scranno.

Giorgia Meloni non è solo la prima donna a palazzo Chigi – la prima giovane, la prima mamma, la prima bionda – e già sarebbe tantissimo. Giorgia Meloni è una storia. È una donna di origini familiari modeste che ha cominciato a fare politica da ragazzina iscrivendosi all’organizzazione giovanile del suo partito, e che a quarantacinque anni arriva a palazzo Chigi non avendo mai rivendicato di aver diritto a qualcosa in quota rosa. Non è politicamente corretta, non rivendica la sua vittoria “in quanto donna” (anche se poi la demagogia sulle conquiste delle donne se vuole sa farla anche lei, come ha dimostrato alla camera), non si preoccupa di essere appellata al femminile, anzi l’ha detto (apriti cielo): lei sarà “il” presidente del consiglio.

Giorgia Meloni è tutto quello che non siamo. Per questo suonano fesse le dichiarazioni venute da sinistra in questi giorni: quelle politicamente corrette di chi pensa sto rosicando a morte, spaccherei la tv a vedervi giurare però ah quanto sono felice, finalmente una donna; e quelle dove spuntano il paternalismo e lo snobismo che ci hanno reso insopportabili: ah vedi, lei sarà premier ma perché è una donna che non mette in discussione il patriarcato. Ma perché, noi sì? Certo, noi donne di sinistra lo abbiamo fatto: è storia. Ma quando è stata l’ultima volta che abbiamo ottenuto risultati? Chi è stata l’ultima a sfidare gli uomini e vincere al loro gioco, in politica?

Generalizzazione ingenerose, certo. Ma Giorgia Meloni ci mette davanti allo specchio e ci dice: la vostra è retorica, le vostre sono parole. Ci sfida. E attenzione, non vale solo per le donne. Non è una questione di genere, è una questione di politica. Quanto crediamo nelle nostre parole? Quanto corrisponde quello che diciamo a quello che siamo?

Se la nostra parola è lavoro, come trattiamo, noi, a sinistra, chi lavora per noi? Se la nostra parola è pari opportunità, come selezioniamo chi ci rappresenta? Se la nostra parola è partito (lo è ancora?) come lo abbiamo costruito? Se la nostra parola è inclusione, cosa pensiamo di chi è fuori da noi? Se la nostra parola è insieme, quanto contano la generosità e il rispetto per chi è con noi?

Possiamo passare i prossimi cinque anni a spiegare ai vincitori che non si dice così e non si fa colà, senza mai fare i conti con quello che abbiamo detto e fatto noi. Possiamo provare a inventare qualche colpo di scena che ci renda appetibili come partito o almeno ci faccia far carriera come persone. Possiamo metterci a cercare l’ennesimo papa straniero – no, anzi, stavolta una papessa! – che ci illuda di aver risolto, per un altro po’, il problema di chi siamo. Magari Giorgia Meloni si farà male da sola: contraddizioni ne ha, problemi difficili non ne mancano, e ha anche intorno una pletora di difensori maschi così passivo-aggressivi che se non si regolano in fretta diventeranno presto più insopportabili di noi. Però sarebbe meglio guardarci, in quello specchio, e prendere l’unica strada forse ancora possibile per salvarci: quella di ritrovare le nostre parole, le nostre ragioni, e noi stessi.

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