Indice: Senza categoria

Titanic a Roma: la registrazione integrale di Radio Radicale (grazie)

La presentazione di Titanic a Roma, ieri sera, è stata proprio come speravo che sarebbe stata. Mi assomigliava. C’erano proprio (quasi) tutte le persone che speravo ci fossero. Una serata memorabile. Quindi ad uso degli storici dell’età contemporanea, lo posto qui per non perderlo. Che si sa, la storia la racconta sempre chi ha preso appunti (autocit. di cit.).

Il congiunto e il congiuntivo (breve nota triste)

Io lo so, che #sichiamavaPiersanti. Lo ricordo ogni sei gennaio. Ho scritto più articoli su Piersanti Mattarella di buona parte dei miei colleghi. Ho lavorato, per scelta, al Popolo e a Europa, giornali che il sei gennaio la pagina su Piersanti la facevano anche prima, quando Sergio non era ancora presidente. Ho intervistato i suoi amici, ricordo nitida nel dire la portata storica, politica, generazionale di quell’omicidio allora un po’ finito in ombra, Maria Eletta Martini.

Ho letto la sua biografia, scritta da Giovanni Grasso, oggi portavoce del presidente della Repubblica. Sono stata alla presentazione del libro al senato, c’era Sergio Mattarella e c’era Pietro Grasso, non solo come padrone di casa: Grasso era il magistrato di turno a Palermo quel sei gennaio, arrivò lì d’urgenza quella mattina e poi condusse per anni le intricate e ancora oggi parzialmente misteriose indagini. Ho letto altri libri, sul ruolo della mafia e non solo della mafia nella morte di Piersanti. Continua a leggere

“Il bambino promesso”, romanzo di un’adozione in Kenya

Io avrei avuto paurissima anche solo di quegli insetti misteriosi che arrivano a sciami e volano in verticale contro tutte le leggi dell’aerodinamica. Non parliamo di una locusta sul comodino, o delle formiche killer, o di una macchina in panne in mezzo agli elefanti. Altro? Ok, vigilantes corrotti, meccanici imbroglioni, autisti che ti buttano giù dal pullman senza fermarsi, allarmi tsunami, attentati, avvocati, echi di guerre tribali. Otto mesi in Kenya ci vuole un coraggio da pazzi, per quanto mi riguarda. Figuriamoci andarci con un figlio piccolo, profeticamente chiamato Leone, e andarci per diventare genitori di un altro bambino. E ci sono stati anche benone, loro, invece. Continua a leggere

Sono andata a letto presto

Spero di non essere l’unica che se n’è accorta: questo blogghetto è fermo da un po’. Come diceva quello, in tutto questo tempo sono andata a letto presto. E mi sono anche svegliata presto, se è per questo. Insomma avevo un po’ di cose da fare, e il risultato lo trovate (anche) qui. Adesso ho un nuovo posto dove scrivere, vedete a volte a che serve farsi un blog e continuare a scrivere sempre quello che pensi, meglio che puoi.

Ci vediamo presto, anche qui.

Basta un noi. Il mio voto democratico

Ultimo giorno. Io voto No, perché amo l’Italia e la nostra Costituzione. Se vince il No, dopo aver respinto la riforma di Berlusconi, avremo stabilito per sempre il principio che nessuno, nemmeno noi, può cambiare la Costituzione, che pure può essere riformata e resa più moderna, per un colpo di maggioranza. Questo non è successo e non può succedere in nessun paese democratico, questo è scritto solennemente nella Carta dei valori del nostro partito, e questo ci chiedeva Giuseppe Dossetti nel 1994, agli albori di questa Seconda Repubblica in cui la Costituzione ha rischiato più volte di essere sottoposta al volere del leader o del partito del momento, e sempre è stata invece tenuta al riparo, grazie a noi. Grazie ai Democratici. Per questo è così importante, e sarà importante comunque per il nostro futuro, che esistano i Democratici per il No, e per questo sono orgogliosa e felice di farne parte. Buona fortuna a noi tutti, e all’Italia.

Agli amici renziani, sul day after del fuori! fuori!

Amici renziani:
1) il punto non è che quelli che gridavano “fuori! fuori” fossero pochi: ci mancherebbe solo che fossero tanti, vi pare?
2) il punto non è neanche che “nessuno vuol mandarci via”: ci mancherebbe solo che voleste mandarci via, e il fatto che un capogruppo abbia appena dovuto dichiarare una cosa del genere dimostra il punto di follia a cui avete portato questo partito.
3) ieri abbiamo aspettato per tutto il giorno che qualcuno prendesse le distanze da quei cori, ripresi da decine di telecamere, e invece abbiamo dovuto aspettare che qualche editorialista importante vi bacchettasse e poi che Bersani vi smascherasse: allora si è scoperto che “erano pochi” e che “nessuno vuole mandarci via”; e grazie eh!
4) accade la stessa cosa ogni volta che qualcuno, ad esempio uno del partito di Verdini dichiara che vuole aiutare Renzi a farci fuori; ogni volta che un editorialista scrive che Renzi ammazzerà la sinistra; ogni volta che un retroscenista scrive che se Renzi vince sterminerà chiunque non si sia allineato al suo pensiero: e noi aspettiamo che qualcuno prenda le distanze, e non succede.
5) il punto, infine, è che tutto il discorso pubblico del nostro segretario (non solo quello di ieri, quelli che fa ogni giorno), perfino quando parla a una platea di partito, è costantemente volto ad aizzare l’uditorio contro una parte del partito: come se fosse convinto che insultando un pezzo di Pd, buttando via la storia del Pd, lui guadagna consensi. Per questo poi qualche cretino urla “fuori! fuori!”, sapete? Per questo.

Italicum: se questo è un accordo

Leggo che Gianni Cuperlo dice di aver scritto lui il documento della commissione per la modifica dell’Italicum. Non mi stupisce. Credo che a Gianni la maggioranza del Pd avrebbe concesso qualsiasi cosa, purché appunto si trattasse solo di un documento informale e soprattutto purché lui lo firmasse, spaccando la minoranza e alzando la palla per la schiacciata di Renzi alla vigilia dell’ordalia di fine Leopolda (a proposito, leggo che Matteo oggi intende “togliersi qualche sassolino”: la notizia è che ne abbia ancora).

Non capisco cosa ci sia, in questo documento, di diverso dai generici impegni enunciati da Renzi nell’ultima direzione, impegni che tutti noi che ci riconosciamo nella minoranza Pd avevamo giudicato generici e insufficienti. A nome di tutti noi, che condividevamo quel giudizio, Gianni era entrato in quel gruppo di lavoro: peccato che poi abbia deciso di fare da solo, come il giorno che se n’è andato a Piazza del Popolo all’ultimo momento, dopo averci detto che restava a casa come noi.

La preoccupazione di Cuperlo di non dividere il Pd io la capisco e l’ho nel cuore. Peccato che oggi il Pd sia più diviso e incattivito che mai, e tra un paio d’ore ne avremo la conferma. Perché a questo serviva quel documento, a dividere ancora. Il resto, come sarebbe successo comunque, si vedrà dopo il 4 dicembre.

Renzi – De Mita: perché il vecchio ha battuto il nuovo

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l’Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Non so se davvero il presidente del consiglio possa “scegliere” i suoi interlocutori in tv; di certo nessun giornalista, al posto di Mentana, si sarebbe lasciato sfuggire un confronto inedito e ricco di suggestioni come quello tra Matteo Renzi e Ciriaco De Mita, nonostante le lagnanze preventive di molti sostenitori del No: come avrebbe potuto resistere il campione del “vecchio” contro il giovane eroe delle riforme? Eppure gran parte degli spettatori di La7 hanno avuto l’impressione opposta: un De Mita sorprendentemente efficace, un Renzi mai così in difficoltà. Perché?

C’è di sicuro un primo motivo, di comunicazione e se si vuole più banale: De Mita partiva battuto solo agli occhi di chi guarda le cose da dentro il “frame” della narrazione renziana. De Mita, che è un politico esperto di dialettica e un quasi novantenne molto lucido, doveva solo rompere lo schema per entrare in partita e giocarsela; e c’è riuscito perché il frame è logoro. Renzi non è più il rampante sindaco di Firenze, ad apparire “nuovo” dopo tre anni a palazzo Chigi e con qualche peccatuccio di linearità politica sulle spalle fa fatica. Ma credo che ci sia un altro motivo, politico, se De Mita è apparso tanto competitivo. E in quel motivo sta un errore di valutazione del premier in carica.

Renzi non avrebbe dovuto mettersi contro De Mita perché De Mita è democristiano. Sul piano simbolico, non biografico, è la Dc. In questi vent’anni, bisogna riconoscerlo, in troppi hanno costruito l’Ulivo e il Pd col problema degli “altri”: i democristiani, i comunisti. L’ascesa di Matteo Renzi si spiega anche così: con il complesso dei comunisti, sempre alla ricerca della sintonia con un “popolo” e una “piazza” (ne abbiamo avuto esempi recenti), sempre a doversi dimostrare all’altezza del governo e fedeli alla linea; e con la frustrazione dei democristiani, sempre timorosi di soccombere all’egemonia e alla forza organizzativa altrui. Il giovane sindaco di Firenze, “post” tutto ma riconoscibile nelle sue origini, ha galleggiato abilmente e con spregiudicatezza su queste psicologie, coltivando rancori e ammiccando a timori, rottamando con cinica strategia, regalando scelte simboliche agli uni e potere sostanziale agli altri. Poi però ha sfidato De Mita.

Il vecchio Ciriaco non è un dc emiliano o toscano col problema di competere o confondersi coi comunisti: è un uomo privo di complessi culturali (“Io ho fatto i conti col marxismo, è il marxismo che non ha fatto i conti con me”) e dotato di una fiducia senza limiti nella politica e in sé stesso. Affrontando lui, Renzi ha incrociato una vera questione politica che ha attraversato la storia dell’Ulivo (e che ha anche provocato l’abbandono del Pd da parte di De Mita, la sua polemica con Veltroni al di là della questione ricandidatura): quella che ha diviso i fautori dell’unione tra identità culturali “forti” – i partiti, ma solo come strumento – dai sostenitori di un nuovo inizio – l’ulivismo, appunto – sostenitori di una rottura formale che rispecchiasse una discontinuità di riferimenti. Nella “narrazione” pubblica questa seconda scelta è stata quasi sempre quella vincente, perché più comunicabile e popolare: ma stavolta no. Perché?

Perché De Mita e Renzi si sono incontrati nel momento in cui la narrazione “nuovista” è arrivata al limite estremo della sua estenuazione e degenerazione: quello in cui si vedono i frutti contraddittori della rottamazione. Il renzismo è oggi disarmato, perché la rottamazione si rivela un tradimento dell’ulivismo, divide e distrugge invece di unire e costruire. E il partito di Renzi, avendo liquidato il passato come una vicenda di indifferenziati fallimenti (è più importante il futuro no?) è diventato la prateria di ogni incursione, avventura e trasformismo. Un partito che non riesce a rivendicare rispetto, perché non è rispettoso di sé.

Qui De Mita ha vinto il confronto (il che non significa che vincerà il No, solo che una serata televisiva è andata così), perché gli si è aperto lo spazio per giocare la sua partita. Ha potuto rivendicare, da politico di professione, la dignità della politica come vocazione, ha liquidato il nuovismo con una frase magnifica (“Se la politica è mestiere dura pochi anni, se è pensiero dura tutta la vita”). Renzi non ha trovato il registro adeguato per ribattere, si è scomposto, è apparso pieno di argomenti già sentiti: “vecchio”. È andata così, e il merito non c’entra niente: tutta la prima parte del confronto, sui poteri del nuovo senato, è stata inutile e noiosissima. Resta in chi ha visto e osserva la politica il dubbio o la certezza che il vero Ulivo fosse questo, il motivo per cui  un certo punto ha perso o ha voluto perdere per strada un De Mita: identità forti per costruirne una più forte. Un incontro vero, senza complessi, rimozioni, tribù. Chissà se è ancora in tempo.

 

De Mita e il frame

Stasera tifo De Mita, e sono anche un po’ emozionata. Il motivo sono le cose che avevo scritto qui, e anche altre che so e che non scrivo: un po’ perché è roba solo mia, un po’ perché non si danno vantaggi all’avversario.

Una cosa però la voglio dire, a quelli che si rammaricano o gioiscono che Renzi si sia “scelto” l’avversario perché, si sa, De Mita è “vecchio”. Voglio dirvi che questa reazione – che vi piaccia o no – è tutta dentro il frame renziano. Il che non significa che sia sbagliata eh, anzi oggettivamente è giusta: un premio GAC, direbbe Zoro. E però può darsi che qualcuno di quel frame si sia stufato, che non lo ritenga adeguato a interpretare la realtà o a decidere sulla costituzione. La scommessa è quella. Converrebbe temere quello, o su quello investire, a seconda dei gusti.

Io penso che De Mita lo farà. E che non sia affatto scontato chi dei due parlerà di più ai giovani, o agli italiani. Ah: De Mita non è un freddo professore mai entrato in uno studio TV e che non ha mai fatto una battaglia politica o una campagna elettorale. E almeno stasera Matteo Renzi non potrà citare Ruffilli a sproposito. In bocca al lupo presidente.

Intanto che vi trastullate con gli stipendi e gli scontrini

In bocca al lupo per questi prossimi due giorni di alto dibattito su: assenze, scontrini, io prendo qui, io taglio là, gnegnegne, dimezzati questo, raddoppiati l’altro e insomma tutta la bella sbornia demagogica alla quale cercherò di non partecipare.
Ribadisco fin d’ora che io sono per parlamentari bravi, competenti, rappresentativi, non ricattabili e ben pagati e per una democrazia libera e pluralista, dove la libertà e il pluralismo siano garantiti anche da uno stato che si assume la sua responsabilità di erogare soldi e controllare come si spendono.
Vi faccio presente infine che intanto che conteggiate quanto risparmieremmo tagliando le diarie o registrando le presenze o facendo timbrare il cartellino ai deputati (che figata, dai, facciamolo!) e vi trastullate con queste ed altre armi di distrazione di massa, abbiamo ricevuto una letterina dall’Europa che dice non tanto che non siamo abbastanza austeri (come fanno a volte, si sa, quei cattivoni), ma che abbiamo provato a fare una manovra senza coperture. Cioè, tecnicamente a imbrogliare. Come facevano quei governi che per un po’ di consenso a breve termine si giocavano il futuro dell’Italia e dei giovani. O come si dice adesso, il futhuro.