Stavolta al referendum voto Sì, ecco perché. Ma state calmi

Non me ne importa un granché di questo referendum. Anche se alla fine mi appassiono di tutto, quindi mi è capitato anche di discutere con qualche amico sui social, e devo dire che mi dispiace molto più che per le altre discussioni: non ne vale la pena, davvero. Scrivo quindi questo post un po’ per dovere: ho deciso di votare Sì, so che voterò in modo diverso da tanti amici stavolta (per quanto mi riguarda ovviamente rimarremo amici lo stesso), e almeno un paio di argomenti li vorrei chiarire, anche perché non mi piace sentire bugie, e ne sto sentendo un po’ troppe – il che non significa che non sappia che tantissimi voteranno No in perfetta buona fede.

  • Non è uno sfregio della Costituzione. Lasciate perdere Terracini e Calamandrei. Il numero dei parlamentari è già cambiato nel 1963, rispetto a quello deciso alla Costituente, ok, è stato aumentato in seguito all’aumento della popolazione ma direi che questo significa che non è un dogma di fede. Nel frattempo sono stati istituiti i consigli regionali (che condividono col Parlamento il potere legislativo) e il parlamento europeo, il che ha oggettivamente aumentato la rappresentanza. C’è stato anche un discreto progresso tecnologico che ha consentito di accorciare le distanze e ha dato nuove possibilità di ascoltare e rappresentare i territori. Il taglio dei parlamentari infatti era nel programma di tutti i partiti che ho votato negli ultimi 30 anni, e per la verità anche di quasi tutti gli altri. Prevengo l’obiezione: non solo a condizione di essere accompagnato da altre riforme, anche da solo. Il Pd in particolare aveva una proposta di taglio numericamente identica a quella oggetto del referendum (400 deputati e 200 senatori): sotto forma di proposta di legge costituzionale è stata depositata al senato nel 2008, tra i primi firmatari la capogruppo Anna Finocchiaro e il suo futuro successore Luigi Zanda, oggi capifila del No (mah): era quindi una posizione del partito a tutti gli effetti. A quella proposta di legge faceva riferimento il programma di Italia bene comune sottoscritto da Bersani nel 2013. Dopo le elezioni, nei famosi “Otto punti per il governo del cambiamento”, Bersani proponeva addirittura il dimezzamento dei parlamentari.
  • Meglio un taglio “lineare” di una riforma “organica”. Ma questo è un taglio “lineare”!, dicono i tanti (troppi) per i quali nel 2016 “bastava un Sì” e adesso guai a chi tocca la Costituzione (magari dopo aver votato la riforma in Aula). Non hanno ancora imparato la lezione del 2016: che presentare agli italiani una riforma monstre, con dentro cose condivisibili e altre orripilanti, come un unico pacchetto cotto e mangiato e come un referendum su un’intera politica e magari su una persona e un’esperienza di governo, oltre a essere alla fine una scelta autolesionista è anche, come hanno scritto in tanti, un uso manipolatorio dell’articolo 138. Una riforma, un quesito, un Sì o un No. È esattamente così che si riforma la Costituzione rispettandola, e rispettando i cittadini e la democrazia.
  • Non è la buona politica contro il populismo. Per favore, basta complessi di superiorità verso i 5 Stelle. Non l’hanno inventata loro la metafora della “Casta”: citofonare a tanti editorialisti, direttori e grandi firme che magari ora sostengono il No, ma guarda caso. Non l’hanno inventata i grillini l’antipolitica: se volete leggere la storia di un secolo di antipolitica, a volte anche tragica, leggete L’Italia nel Novecento di Miguel Gotor. Più modestamente: non raccontiamoci balle. Dopo il ventennio berlusconiano, quando il Cavaliere proponeva che i capigruppo avessero le azioni come i manager delle aziende e se la vedessero tra loro, dopo i manifesti del #bastaunsì che chiedevano il voto “per ridurre il numero dei politici”, rendiamoci conto che la diffidenza verso il parlamento non è una colpa da rinfacciare agli altri ma un problema da affrontare anche in casa nostra. Il punto semmai è come, e con chi. Lo dico a chi condivide con me una sensibilità molto diffusa a sinistra e nel mondo cattolico: per difendere, cosa sacrosanta, il parlamento possiamo dire sempre no a tutto? E magari rimanere da soli, avallando l’idea (falsa!) che alla stragrande maggioranza degli italiani della Costituzione non importi più nulla? Siamo sicuri che il Parlamento e il suo modo di lavorare vadano difesi in blocco senza nemmeno che si possa alludere alla necessità di cambiare qualcosa? Siamo sicuri che il parlamento come è oggi rappresenti i territori? Siamo sicuri che il parlamento lavorando come lavora oggi dia un’immagine comprensibile di politica buona ed efficiente? Siamo sicuri che perdendo questa occasione di riformare il suo modo di lavorare, dopo un’eventuale vittoria del No ne avremo un’altra migliore? Finalmente liberi dai cattivoni grillini, magari. E con chi?
  • Non è la difesa della democrazia rappresentativa contro le scorciatoie della democrazia diretta. Anzi. Chi pensasse di difendere l’autorevolezza del parlamento bocciando una proposta votata da più del 90 per cento dei presenti in aula (e dell’80 per cento degli aventi diritto) forse ci dovrebbe pensare ancora un pochino. La verità è che questo referendum ha una storia poco edificante: raccogliere le firme necessarie fu avventurosissimo, le adesioni sparivano e ne ricomparivano altre, fino all’ultimo giorno utile. Al di là della buona fede dei singoli, quello che votiamo è un referendum figlio di calcoli strumentali e tutti politici sulla durata del governo e della legislatura, su una questione sulla quale il parlamento si è già espresso con chiarezza inoppugnabile. Una vittoria del No sarebbe imbarazzante, non tanto per i 5 Stelle o per Conte ma per il parlamento italiano. Altro che antipolitica.
  • I correttivi. La riforma Fornaro è calendarizzata e non c’è un solo partito che non la condivida. Io non ho ragione di dubitare che sarà approvata, correggendo una distorsione di rappresentanza che ha già reso instabile il senato in tutte le ultime legislature, a prescindere dal numero dei suoi componenti. Sulla legge elettorale proporzionale, che pure è calendarizzata, ci sono un po’ di problemini invece: sono stati forse i 5 Stelle a crearli? Vi aiuto: no. In ogni caso quante possibilità ci sono che dopo un’ipotetica vittoria del No qualcuno metta mano all’impresentabile Rosatellum? Più o meno possibilità che si riesca a rispettare l’accordo di maggioranza dopo una vittoria del Sì secondo voi?
  • La compagnia. In un referendum non la scegli, e finisce sempre che voti allo stesso modo di gente lontanissima da te. Però è più forte di me, vedere le squadrette social del #bastaunsì schierate a favore del No con gli stessi argomenti, la stessa bava alla bocca e (spesso) gli stessi bersagli del 2016 a me fa venire voglia di starne il più lontano possibile. E non venite a dirmi che non li vedete.

Post scriptum. Leggo che alla Direzione nazionale del Pd Nicola Zingaretti, facendo sua una proposta di Luciano Violante uscita oggi su Repubblica (che avevo accuratamente evitato di commentare), propone al Pd “di accompagnare la campagna per il sì al referendum con una raccolta di firme per il bicameralismo differenziato. Sarà un modo, pur con scelte diverse che ci saranno, di unire il Pd”. Caro Zingaretti, ci manca solo di vincolare il Sì a una riproposizione della riforma Boschi, già strabocciata dagli elettori come del resto la precedente riforma del bicameralismo perfetto nella versione Berlusconi. Spero tu non abbia deciso di farmi cambiare idea.

2 Responses to Stavolta al referendum voto Sì, ecco perché. Ma state calmi

  1. credo tu abbia ben argomentato le tue motivazioni.
    penso però che:
    – i consigli regionali c’entrano poco in questo caso, una tesi del genere la puoi sostenere (validamente) in uno stato federale: prendi la germania, è vero che ha una sola camera elettiva, ma il parlamento della baviera (per citarne uno) è molto più numeroso e ha molti più poteri dei nostri consigli regionali. c’entra poco pure il progresso tecnologico: non si tratta qui di sapere quali sono le esigenze del collegio di massa carrara e lucca, si tratta che i cittadini elettori del collegio di massa carrara e lucca conoscano il loro rappresentante. peraltro, a meno che non si passi a un vero sistema elettorale maggioritario, avere meno parlamentari molto probabilmente comporterà una sottorappresentanza dei territori periferici a tutto vantaggio delle grandi città: con una legge proporzionale, a meno che il collegio di massa carrara e lucca non abbia il big da candidare, fai pure conto che verrà candidato uno di firenze (che, come tutti i fiorentini, passato scandicci è politica estera! ma questa è una battuta e perciò l’ho messa tra parentesi).
    – non ne posso più dell’argomento “siamo sicuri che perdendo questa occasione di riformare ne avremo un’altra migliore?”. dal 1992 ad oggi abbiamo avuto 4 riforme elettorali (mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum), 3 grandi riforme costituzionali (titolo V nel 2001, berlusconi nel 2006, renzi-boschi nel 2016) + altre riforme minori che hanno riguardato il CSM, la giustizia civile, l’art. 81. anche nel 2016 si diceva: “oh, se non si riforma ora non si riforma più”. e poi dopo quattro anni risiamo qui a votare per una riforma costituzionale.
    – sono d’accordo con te quando scrivi che ci sono una serie di calcoli strumentali e tutti politici per alcuni posizionamenti sul no. però credo che non ci si debba far influenzare da questi discorsi, anche perché è vero che in caso di vittoria del no sarebbe imbarazzante per il governo, ma io già mi immagino i discorsi a biscaro dopo la vittoria del sì: “questo parlamento è delegittimato!” e così via.
    – fermo restando che il mio voto non verrà influenzato dalla domanda “più o meno possibilità che si riesca a rispettare l’accordo di maggioranza dopo una vittoria del sì”, io credo che le possibilità siano più o meno le stesse. e l’argomento, tirato in ballo da tutti quelli posizionati sul no per fare un dispetto al governo – o forse sarebbe meglio dire: a conte, ché tanto è lì che costoro mirano – sarà quello che ho ricordato prima: “questo parlamento è delegittimato, andiamo a votare”.
    – sì, io le vedo le squadrette che vedi tu. ma, come tu scrivi, a me della compagnia non importava quattro anni fa e non importa oggi. è un referendum, non l’elezione di un parlamento.

    però, visto che nel tuo ragionamento fai richiami alla realtà politica attuale. ti propongo uno scenario e faccio io a te una domanda. vince il sì e il senato avrà i suoi 200 senatori + 5 a vita. quindi, la maggioranza, che oggi è a 161, domani sarà a 103. in uno scenario politico frammentato come quello italiano attuale, secondo te i governi saranno più o meno esposti ai ricatti di qualche singola testa calda o partitino? il trasformismo e i passaggi da maggioranza a opposizione e viceversa saranno più o meno frequenti rispetto a oggi?
    feliciano

  2. Nemmeno a me attrae, ma voterò NO

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *


*